In principio era il matto...

 


In principio era il matto, là dove il bordo della mappa nasconde territori sconosciuti. Non mi sto chiedendo dove sia diretto, bensì da dove provenga. Egli è straniero. Il suo viaggio è iniziato fuori dal tempo e dallo spazio. Noi siamo gli abitatori della mappa, lo spazio conosciuto, misurato, nominato. Lo spazio che il matto ha deciso di visitare. Sebbene forestiero, sebbene non gradito, sospetto, diverso: sebbene percepito come estraneo, egli ci grazia della sua venuta. Forse egli è Elia, il profeta che non morì, rapito su un carro di fuoco: eppure le persone semplici dicono che egli percorra ancora le strade che vanno dall'Oriente all'Occidente e quel carro di fuoco traccia la strada del Sole. Da sempre gli esseri umani hanno seguito con desiderio e timore il percorso solare: esso è simbolo materiale di un'esistenza che appare finita, ma il cui dinamismo sembra accennare instancabilmente ad una dimensione che non conosce fine. La stessa icona dei Tarocchi sembra emergere dalla penombra, come un monte, quando le cime sono già illuminate, mentre a valle le ombre si colorano di azzurro. In quella penombra, che trascolora nell'immaterialità del fuori scena, troviamo il cane, azzurro come le ombre, che spinge il matto al centro del quadro. Il matto emerge nella luce. I suoi passi lo introducono nella storia. Così la nostra valle di lacrime risulta essere il luogo della sua venuta benedicente. La nostra caverna, dove stentiamo a trovare un senso all'esistenza, è il luogo del suo peregrinare. Possiamo diffidarne. Lo facciamo spesso: chi sei tu, straniero? Non parliamo nemmeno la stessa lingua. Eppure lui viene e il suo venire dovrebbe renderci speranzosi: forse al termine del viaggio c'è ancora la possibilità di un senso. Se lui viene nel nostro paese, forse c'è un senso qui, che anche noi potremmo imparare a decifrare.
Che il matto porti con sé uno stravolgimento dei punti di vista è intrinseco alla sua natura: portatore di saggezza con il berretto a sonagli. Vi è un affresco di Giotto che raffigura la stultitia con le sembianze che ritroveremo nel tarocco dei Visconti.
Stolto, dal latino stultus, apparentato col sanscrito sthulas con significato di solido, massiccio. Lo sthula-sarira (स्थूलशरीर) corrisponde, per l'appunto, alla fisicità localizzata del corpo umano: lì dove sta, il corpo istituisce un punto a partire dal quale lo spazio astratto - se mai vi fosse - diventa luogo. A sua volta il locus latino è connesso allo sthalam sanscrito, che indica lo stare. Stare, essere collocati non sono proprietà geometriche.  Far parte dello spazio è diverso dall'esservi collocati. Si sta collocati insieme al proprio luogo. Vi sono corpi - e il corpo umano ne è l'esempio archetipico - che portano con sé il proprio gemello, che è il luogo che occupano.
Il folle, quindi, questo corpo di cui non riusciamo ad interpretare la mente, a decifrare le intenzioni, col suo sguardo vuoto non è un residuo di umanità, bensì ne è l'oscuro compagno, l'alter ego che fonda il nostro essere. Sthuna è il pilastro, in sanscrito, ciò che sostiene e fonda.
E' giusto attribuire al matto la lettera א (=bue) che è la prima lettera dell'alfabeto ebraico. Come un bue anche il matto reca il proprio basto sulle spalle, che è anche un compito. Sarà il tarocco, che parte qui, a darci indizi su quale sia questo compito e quali tesori si celino nella sacca del matto. Per noi.



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